Le foto e le poesie in concorso
Pubblichiamo le fotografie e le poesie che partecipano al concorso
"Piazze, strade, incontri: segnali di vita della Milano che ancora respira"
Domenica alle 23 la premiazione!
| Da Concorso fotografico |
POESIE
“Che se d'affetti Orba la vita, e di gentili errori
Cosa non dire e cosa sì invece
in controtendenza alla nullità
che nonostante noi si parli
guardandoci fissi nei Ray-ban
resta latente come i riflessi della vetrina
qui di fronte: il tavolo in plexiglas
con su i bicchieri, i nostri gomiti
e più su ancora la traiettoria degli sguardi
annoiati ma nascosti dagli occhiali.
Ce l’ho non ce l’ho la figurina,
so già cosa stai per dire, le tue perle
di collana colorata ma sempre uguali
come un rosario le snoccioli, ce l’ho
non ce l’ho e ci scambiamo parole e frasi
e la nostra entropia intrinseca
sembra attutirsi e sgomentarci
un po’ meno di quando stiamo da soli.
Ma ti rendi conto che in fondo
lo siamo sempre e me lo dici nervosa:
sapere aude amore mio, ma non ti credo.
ci porti il conto per piacere,
grazie e arrivederci.
(la ricerca della parola poetica
a Milano non è così facile che dici
ah che cielo viola, m’illumino d’immenso
e senza stelle il cielo ai romantici
fa male fa male alle anime belle
e ti dirò che c’è poesia anche nei sacchetti
di plastica pieni di biancheria intima
rosa e lattine di succo di mango e yogurt
ai cereali e formaggini dietetici
che quella tipa là trasporta
sgambettando come una grassa cicala
isterica tra un paracarro e quello dopo)
Ed uno scopo tra i tanti possibili
ed immaginabili per tutto questo girare
di mappamondi e cose e persone
ed animali e città a caso…(colla A di
Ancora, Angela, Anaconda, Ancona
chiudi gli occhi e prendi in mano la matita)
è così impensabile per me.
Ma in fondo è proprio per questo
che tra tutte le falene mie simili
e sorelle mi sento a posto a vorticare
scalmanate intorno a un faro
come un sole a fare luce
s’un giardinetto dei soliti
che scandiscono la periferiatra un parcheggio ed il successivo.
Bene parliamo un pochino di sesso:
appartarsi bucolico e lontano
in quei parcheggi vuoti che Milano
sembra che non c’è più ma troppo spesso
è lì nascosta da qualcosa. Non
c’è più la camporella di una volta:
ieri ne hanno stuprati due e adesso
qua al buio fa paura, ma i cantieri
già avanzano di grù e di luci rosse
rassicuranti: domani palazzi.
Resta un profilattico sull’asfalto.
3. Giacomo Marossietà - 21 anni - Milano
In questa piccola piazza si riassume
la cosmologia complicata della terra
che ci circonda in seghe di montagne
là le Grigne e più a est l’Hymalaya
e i monaci arancioni pelati salmodiano
in parole il girare del mondo e a Bobbio
si copiavano codici millenari nell’incenso.
Ma questa piccola piazza assume
su di sé il peso antico, l’onere del senso
nonostante intorno domini l’incertezza
e tutto navighi a vista delle coste per
paura di perdersi nel cosmo indefinibile:
la piazza e le scale della chiesa e i tavolini
racchiusi dalle case che nascondono il resto.
Siamo soli in questa piazza io e la ragazzina
dietro di me che litiga col fidanzato che parte
domani per le vacanze chissadove e i tre latini
ubriachi e gli incravattati ai tavolini e le sciure
cotonate che chiacchierano colle loro patatine
e gli ospiti del matrimonio che escono proprio
adesso dalla chiesa e i piccioni unti che forse
sentendosi colombe da film americano volano
a ventaglio davanti alla sposa in giochi di luce
coreografici; a quest’ora della sera la vita coagula.
I ragazzi cogli acquisti appena sofferti
spuntano da via Torino dietro l’angolo
e passano di qua…l’album di figurine
si completa degli ultimi buchi bianchi…
e ci ritroviamo davvero questa volta fratelli
su queste scale seduti come a prenderci una pausa
come a pensare come a dire “ehy…ma” e poi rialzarsi
e rimettere le chiavi nel cruscotto e tutto quanto
si riaccende e riparte e se non ti spiace spostati
che devo fare manovra…
Sono in una stanza,
sono da solo,
almeno così credo.
Alzo gli occhi,
quasi stancamente
e scorgo altre figure.
Ce ne sono tante,
non ero solo dunque?
Il disco va,
gira su curve malinconiche,
mentre osservo chi mi sta intorno.
Ognuno di loro ha la sua esistenza,
le sue emozioni,
i propri problemi;
è incredibile quanti universi
possa contenere uno spazio chiuso così piccolo.
Eppure mi sembra che nessuno
arda da dentro.
La luce li illumina,
ma non sono stelle,
sono piuttosto satelliti.
Alcuni hanno la testa china,
altri parlano tra di loro,
fanno finta di sorridere,
certi fissano il vuoto
o tentano di dormire,
forse per evitare di pensare.
Non c’è nessuna elevazione,
nessuno stacco,
è tutto piatto.
Il disco continua a girare,
è sempre lo stesso ritornello nostalgico
che appartiene a questo luogo asettico.
No, non fa più per me.
La musica finisce,
io esco dalla stanza,non ne voglio far parte.
Un bambino mi ha guardato.
Il volto carico di speranze
e di curiosità
sul mondo
si specchia nel mio.
Mi sento a disagio.
Un misto di gioia e commozione
si dipinge nel mio sguardo.
Lui lo vede,
dal basso.
Io sono più in alto,
ma la statura spesso confonde
(e inganna).
Lui guarda
tutti noi dall’alto;
con la sua ingenuità,
la sua semplicità,
si diverte a vederci
tanto complicati.
Il suo sorriso forse
ci indica
una via
per essere meno ridicoli
e meno stupidi.
Ci vengono a mancare
le cose semplici,
quelle più genuine
per vivere come cittadini del mondo.
6. David Montevecchi - 24 anni - Bissano (SV)
si manifesta nella mia mente:
mutano, si susseguono, evolvono
e decadano.
Un trionfo di luci e suoni
ha danzato nel mio inconscio,
solo io l’ ho visto
ma so che è reale.
Nessuno lo ha notato
sono stato l’unico spettatore,
privilegiato ed emozionato,
del carosello dei miei pensieri.
Lo spettacolo si è infiammato
Ha coinvolto lo spazio circostante
abbracciandolo con forza dirompente,
un continuo infrangersi di onde contro una scogliera.
Io ero lì
dilaniato da sensazioni contrastanti
che non mi ferivano
ma squassavano le mie sicurezze,
gettandole da una parte all’altra,
senza una destinazione.
Di colpo
tutto è decaduto.
Il sipario è calato,
sono tornato alla realtà
che voi tutti osservate
ogni giorno.
Ma state fissando tanti specchi oblunghi
che distorcono la verità
che si riflette in essi.
Tutto è in errore.
Le entità che ho visto
non sono immaginazione
non sono pazzo,
non ho smarrito la mia coscienza,
al contrario, l’ ho ritrovata,
dopo averla persa nella vostra finta realtà.
Un giovane è in preda al suo dolore.
Una tempesta che non riesce a scatenare il suo furore.
Il cuore arido, il volto madido.
Un conflitto incessante, una solitudine disarmante.
Il passo lento, lontano dalla frenesia.
Lo sguardo ai giardini di Porta Venezia e ancora nostalgia.
Cammina circondato da esistenze che cercano un senso arbitrario.
Ma il suo unico significato si era estinto tre anni prima al planetario.
Oltre la folla, le ultime stelle che aveva contemplato.
Bastò un impeto di rabbia e si spense l’ astro che aveva sempre amato.
Si guarda intorno, come fosse una delle prima volte.
Capisce che per tutto quel tempo non aveva cercato alcuna sorte.
Si avvicina alla fontanella per rinfrescare il viso.
Il calendario del tempo perso era stato condiviso.
Tutto ora è più trasparente.
Il sorriso di lei è davvero splendente.
Nulla è cambiato.
Neppure lei lo ha mai dimenticato.
Metropolitana milanese
Ora di punta, non c’è tempo da perdere.
Un eco sordo alimenta l’usuale incedere.
D’intorno sequenze d’un filo atto a condurre anime stridenti.
Ci sono anch’io a ricoprire fugaci momenti.
Meticolose le stazioni avanzano.
Con esse i viaggiatori impenitenti incalzano.
Per me è diverso, temo ciò che mi spetta.
Non riesco a farmi dominare dalla fretta.
Sistemo il vestito, forse è inadatto.
Mi agito, rifiuto, sfuggo, combatto.
Vorrei cambiare, rivedere, rivivere.
Troppo tardi, la mia fermata segnala il tempo di decidere.
A pochi metri le guglie del Duomo.
Basta paure, sono diventato uomo.
Adesso tocca proprio a me, non devo più temere.
Molti salgono, io mi sento solo a scendere.
Poi mi accorgo del caos, ma mi acceca un forte bagliore.
Ho incontrato i suoi occhi e trovato l’amore.
Il dialetto milanese
Spaccati di vita stanno raggiungendo il loro apice.
Pochi supersiti trasportano il loro genuino bagaglio.
La loro vita non è certo stata uno spiraglio.
Si commuovono, rammentano entusiasti.
Trasmettono valori intramontabili, termini vetusti.
I giovani si sentono coinvolti nel vortice della sana malinconia.
Lontano dalla menzogna, anni luce dalla bugia.
Così quel tempo non morirà mai.
Resterà nei ricordi di tutti noi.
Con il cielo limpido e il mondo vivido.
Quando il poco era tanto e virtù ogni stento.
Negli anni in cui la Martesana arrivava in stazione centrale.
In un epoca in cui ogni strada o piazza era un punto cruciale.
Dentro una realtà senza arrivismo e con pochissime imprese.
Per sorridere basta il dialetto milanese.
il piazzale silenziosamente si zittisce
là dove come un nuovo salto nel buio
accende la città del cuore
noi dall'alto ammiriamo imbavagliando le guglie d'entusiasmo
oltre i confini delle case un arcobaleno spegnersi lentamente
re come te
esitar non vuole e muoversi non attende
sempre viva nella testa e nelle gambe
può ancora e ancora correre nei vicoli e nelle strade
insieme alle donne del centro
rapire gli oggi innamorati di giovani
l’è ona città meravigliosa
minga nanca per i monument
ma puttòst per la soa gent.
De quand el D’Anzi in la soa canzon
l’ha dii, per mètt nissun in suddizion:
“Vegnì, che numm ve slongarèmm la man!”
in d’on bòtt hinn vegnuu tucc a Milan.
Se dis poeu che Milan l’è on grand Milan,
che numm ricevom tucc col coeur in man.
Inscì la vos la s’è sparsa per mèzz mond
e gh’è rivaa chì anca un mucc de vagabond.
Ultimament i marocchin riven a flòtt
cont i barconi e anca coi canòtt.
Sbarchen al sud e poeu an’lor pian pian
Chissà perché… riven chì a Milan.
Per podè mètt on quaicòss sòtta i dent
se datten a fa de tutt, naturalment.
Pòrca malora, se capiss pù nagòtt,
i strad de sera hinn diventaa on casòtt.
Purtròpp, l’è el risultaa de vèss tròpp bon:
l’è proppi vera, Milan l’è la barca di cojon.
Inscì, ben ò mal, tucc gh’hann on tocch de pan
grazie a ‘sta città meravigliosa:
…. El nòst Milan!
Quando chiami e nessuno risponde
Quando il telefono suona a vuoto
Quando la strada è calma, silente e quasi vuota
Allora ti accorgi
Che le cose non parlano
Non parlano gli oggetti
Segnati dal tempo.
Nulla viene da un vaso,
da un libro, dalla polvere,
dall’odoraccio del pan bruciato.
Non parlano i tramonti sperduti nelle cose,
non parlano le case.
Comunica con gli occhi
In sguardi di silenzi
Mi parla un solo dito
Che fende sulla pelle.
Non parlano le cose
Non dicono mai niente
È l’anima che parla,
il cuore della gente
13. Paolo Ornaghi – 35 anni – Seregno (Mi) Poesia metropolitana
Poesia metropolitana
Ah poesia metropolitana
L’ambulanza che raglia lontana.
Ah poesia metropolitana
Le auto della polizia, il suono della sirena.
Ah poesia del cittadino
I piedi che scalpicciano, il malfattore è qui vicino.
Ah poesia del disadattato
Nessuno riesce a scrivere schizzando in macchina sul ciottolato
Ah poesia dell’aperitivo
Nebbia artificiale di monossido estivo.
Ah lirica dell’inversione a U
Perché? Perché? Perché sei tu?
Ah poesia degli incontri non cercati
Milioni di abitanti e trovo solo quelli odiati.
Oh afflato mattutino
Dirigersi in ufficio, timbrare il cartellino.
Ah ispirazione del parcheggio
Piuttosto che sclerare lo fo alla meno peggio
Ah rima baciata dell’acquaplaning
Infradiciare te, passante, mi dona un viso smiling.
Ah metafora del pedone
Spiaccicato sul parabrezza sei come il cacio sul maccherone
Uh endecasillabo della sosta vietata
L’ispirazione non è più dove l’avevo parcheggiata.
Ah allitterazione della vigilessa
Vituperi viveurs col viso da platessa.
Oh anafora dell’urbano
Mi multi e ti saluto col medio della mano
Ah poesia metropolitana
Colei che ti generò era soltanto una puttana…
14. Paolo Ornaghi – 35 anni – Seregno (Mi) Viandante
Ora il viandante è di nuovo sulla strada.
Ammira rapito la musica e gli odori,
ascolta coinvolto le nuvole ed i rumori.
Vagabondo senza fine esiste solo
perché vi è in lui tensione.
Il presente non lo appaga, l’essente lui rifiuta,
preferisce gironzolare ad una vita muta.
Non c’è soddisfazione, consuma le sue suole,
mortifica i suoi piedi in continua peregrinazione.
Un giorno, assorto, contempla l’amore:
dubbioso prende un treno perché non riesce trattenere
gli sguardi che lo fermano, le ore e i sentimenti,
i sorrisi che compenetrano ed i ripensamenti.
E’ proprio ‘sta tensione che non lo fa fermare;
è il viaggio e non la meta il suo vagabondare.
Non c’è definizione ma solo verità.
Lui viene, vive e fugge: è tutto libertà.
E se qualcuno certo lo accusa di anarchia
gli risponderà lesto: “E’ questa la mia via!”.
15. Giancarlo Aosani – 74 anni – Milano Incontri pericolosi sulla Terra
I più grandi scienziati della Terra
brindano intorno al macchinone
che creato in una Svizzera moderna
intende far la festa al povero protone!
La gente abbozza, qualcuno grida : - E’ un male -
e tutti sanno che ci si gioca una quaterna
All’insegna d’un incerto surreale!
Domandiamoci allora : - A chi giova ?
Sfidare la natura sembra un gioco,
ma gioco non è se ci si prova
a fare i conti con l’imponderabile.
Voi ricordate, Petronzio e cervelloni
Fisici illustri e di capacità ammirabile,
che nonostante le vostre cure e le mille attenzioni
nel LEP, che fu il nonno del vostro macchinone,
di birra una lattina, lasciata in galleria,
all’aria mandò il - Giro dei Protoni - ?
La perfezione non è di questo mondo,
errare è umano e perdonar dobbiamo,
ma il ripetersi di un modo assai rischioso
di sfidare il corso degli eventi,
agir diabolico diventa e periglioso
e non da pace a quei di noi meno sapienti!
Di fermarvi allora vi preghiamo.
Dopo una pausa di riflessione,
tornate agli annunciati intendimenti
di servirvi della vostra invenzione,
per curar quei mali oscuri delle genti
che sono ancora senza soluzione.
Avrete allora i nostri complimenti !
16. Giancarlo Aosani – 74 anni – Milano Tom, l’albero amico
Io son Giorgio !
Io son Giorgio !
Voi chi siete ?
Voi un albero l’avete
come amico e confidente?
Dal balcone vedo Tom.
Tom è l’albero che ho scelto
come amico in Primavera.
Proprio ieri se ne è andata,
la mia amica d’ogni sera
che mi ha detto : vado via
ma ti lascio col tuo albero,
si, ti lascio col tuo Tom.
Troverai un’altra donna
e con lei potrai riavere
quegli incontri sotto l’ombra.. .
Io ci parlo a questo amico ;
caro Tom io gli confido,
testimone dei miei amori,
Forse un giorno a primavera
che rinforza la tua linfa,
sarai in grado d’aiutarmi.
Forse un segno mi darai,
con la chioma sempreverde
abbassata verso terra,
sussurrando dentro il vento:
-La mia ombra ti è servita,
sarai stanco del viavai.
Ora è tempo di fermarsi -
Questa donna, mi dirai,
questa è Claudia, questa è quella
che non devi lasciar mai -
Grazie Tom, amico caro.
Grazie Tom, ….. starò con Claudia.
17. Giancarlo Aosani – 74 anni – Milano Incontri bugiardi d’estate
Quante cose in vacanza vi son state raccontate,
se ci pensate bene , facilmente capite
che molte son bugie, bugie d’estate.
Staccata la spina, in giro vi guardate
alla ricerca di una compagnia
che nulla sa di voi e incominciate.
Se la Sabrina vi dice: - Io abito in una villetta –
voi v’ inventate una villa a due piani.
Persino la città cambiate,
e quando Guido vi chiede dove abitate,
Il nome di un paesino sì lo dite,
ma sempre è la frazione di una città importante!
Se Giulia vuole saper dove sei nato,
dici in Italia , ma da genitori inglesi
e per essere un po’ di più invidiato,
aggiungi di conoscer la Regina
per via del babbo gentiluom di Corte.
Questo giocar però diventa un minidramma,
quando qualcuno con innocenza finta
fa in modo di scoprir le nostre età.
La stizza fa montar sui visi una rossa tinta
e dispiacer si legge negli occhi degli amici.
Capite che le cose son cambiate
e allora addio agli arditi amori raccontati,
ai titoli di studio mai raggiunti,
ai tanti soldi in banca, solo sognati,
al lavoro importante mai esistito,
alle vanterie di aver amici altolocati.
Si volta pagina e fin alla prossima stagione
Si tornerà alla solita vita, incavolati……
I
18. Tatiana Bargigia - 16 anni - Milano Strade di vita
Mi stupisco
di fronte alla bellezza di queste strade
che percorro con il cuore,
di queste luci
che adornano sorrisi pieni di gioia.
Guardo la vita con stupore
Con profonda ammirazione
Con occhi che seguono i contorni di case
Piene di una felicità repressa
Piene di un profondo dolore radicato nella consapevolezza di un domani impreciso
E’ già sbiadito il futuro
Dietro a un’incontestabile voglio di certezza?
Attendo il tuo arrivo
Mentre ricopro il mio spazio con onde di infinito.
Tra queste strade
La mia vita è in collisione con tuttoMa in equilibrio perfetto con il mondo.
19. Matteo Micati- 35 anni - Milano
La profana tragedia - Canto 6
Li mali di del paese mio (giaculatoria sul declino di Milano)
Di come mi accorsi d'esser giunto al Canto Politico, di come fustigai anch'io i mali della mia città, di come fui severamente ripreso dal maestro e dello stratagemma per evitare le sue critiche.
Nello sbarcar sì concentrato e lesto/ per non cader nella sozza palude/ fui da scordar d'esser nel canto sesto./ Il duca mio fece come chi elude/ ma il suo non dir fu solo per coscienza/ che ad emular, il rimembrar prelude./ “Maestro mio, di quale inadempienza/ i' sarei reo se, colto dall'oblio,/ non inveissi con recrudescenza/ contro li mali del paese mio/ come già il Sommo fece presso Ciacco/ nel regno in cui nomar non si può Dio?.”/ E nell'udir quell'incipit bislacco/ del duca il viso assai si fece mogio/ ma sopportò mentr'io vuotava il sacco./ “O triste landa un tempo già d'Ambrogio/ che solo a corte ormai rechi Letizia/ ascolta questo mio commosso 'elogio'./ Lontani sono i tempi in cui giustizia/ parea dettare ambrosiana legge;/ regna oggidì cattolica milizia,/ che d'affaristi ha novello un gregge./ San Raffaele è il nuovo protettore,/ che sceglie chi s'oppone e chi s'elegge,/ chi deve far funzione di pastore;/ e pure il Celto un dì 'sì tanto acceso/ si genuflette allo speculatore./ Sacro spirto del grande Belloveso/ che qui onorasti una scrofa bianca/ tosto ritorna in questo tempio offeso/ in cui persino la memoria arranca/ e oblio minaccia l'antico decoro/ dei giorni in cui Virtù non ancor stanca/ portò in città ben due medaglie d'oro;/ la prima per aver gli Austri cacciato l'altra per quelli neri frati loro./ O sacro spirto, torna qui invocato/ per iniziar a fustigar col brando/ chi la padana landa ha deturpato./ E non è solo chi, ora al comando,/ par esser di Milano il padrone/ perchè il livor non scema osservando/ quei che da noi son all'opposizione /che sentivan profumo di vittoria/ e già s'eran spartiti le poltrone./ Si vedeva il diessin pieno di boria/ dietro Ferrante a Palazzo Marino/ invece poi fu tutta un'altra storia/ e, francamente, ei fu come un cretino/ ad accusar palazzo Isimbardi/ nel tempo in cui contava ancor Fassino./ O sacro spirto, fulmina coi dardi/ gli spandi merda di corso Sempione/ e non aver, ti prego, dei riguardi/ per Brera e per montenapoleone,/ per i baroni nei salotti buoni,/ per il rampante e per il maneggione”./ “Più non fiatar! Che son? Tutti coglioni?”/ severo m'interruppe il mio Maestro/ “dar dei giudizi, trarre conclusioni/ è presuntuoso e a dir poco maldestro”./ Quel saggio dir, punse come uno spillo/ il superego che annebbiava l'estro./ “Saverio mio, perdona questo strillo/ ma insano virus credo m'abbia colto.../ Che sia la triste Sindrome del Grillo?”/ Ormai placato così diss'io sconvolto/ temendo d'esser da quel male affetto/ che prende chi se stesso stima molto/ e sol nell'altro riscontra il difetto./ Pria che Borrelli altro potesse dire/ scelsi, da vile, una mossa a effetto/ e per tacerlo, finsi di svenire.
20. Matteo Micati – 35 anni – San Donato Milanese (Mi) La cura
Forse perchè nuovi, lieti contorni/ mi lasci per i tuoi occhi vedere,/ Forse perchè fai preziosi i miei giorni/ nel dare vita a lontane chimere,/ o perchè veste bellezza il tuo viso/ mentre i ricordi del dolore spogli,/ io ogni volta ritrovo il sorriso/ di quando, dolce, in te mi accogli./ E come un naufrago, senza paura/ ritorna al mare se il sole un suo raggio/ lascia a tracciar di una rotta l'essenza,/ pronto a salpare, varando 'La Cura',/ vorrei averti compagna di viaggio/ tu che per me sei approdo e partenza.
21. Matteo Micati – 35 anni – San Donato Milanese (Mi) Il tempo andato
Quando ti capita di mendicare/ al tempo andato novelle emozioni,/quasi erigendo nostalgiche are/ come baluardi al futuro, riponi/ dolci speranze in vane illusioni/ e, nel confondere ieri e domani/ negando sogni di cui non disponi,/ il disinganno, mentendo, allontani./ Ma sai del falso che c'è nei ricordi,/ contaminati da tempo ed assenze,/ di quanto gli intimi sensi sian sordi/ a vaghi richiami di antiche essenze./ Alfin rinunci, il tuo giogo mordi/ e, inquieto, torni ad usate incombenze.
22. Daniele Mangiapane – 26 anni – Brienno Corteo storico
Le anime morte rivivessero/ nel cuore riscaldati di paese,/ e se potessimo! Inseguir vestigia,/ costume, ideale. Regina, non/ vetarne il passo, silente. Ma i merli/ tacciono sgreti, i satiri muti./ Passa ciondolo l'ultimo scudo:/ trapassagli il cuore (un simulacro)/ un volante spaziente in sua fretta.
23. Gabriele Borg –18 anni – Milano La partita
i rapidi singulti dei giocatori sfrecciano sul grigio asfalto,/ diventando saette dell'arcere/ gladiatori nell'arena/ predatori in caccia./ i rapidi singulti dei giocatori ringhiano al nemico,/ si agitano avanzando faticosamente nello scontro,/ lasciando dietro di se solo polvere nelle tenebre./ i rapidio singulti dei giocatori sono vivi,/ e fremono.
24. Gabriele Borg –18 anni – Milano Milano
E quando penserò a te le mie labbra non potranno che sorridere,/ e il mio cuore pompare più forte attraverso il mio corpo/ ciò che è stato un invincibile abbraccio di passione.
25. Gabriele Borg –18 anni – Milano Contemplazione
Tempo e spazio diventano una cosa sola,/ il fiume del piacere entra proprompente dentro la tua mente languida,/ estasiata che non può opporre resistenza,/ non vuole./ Implode la città nell'unico io esistente,/ la sete dell'anima famelica ed incontrollabile afferra/ tutto ciò che il soffio di giove le porta,vorrebbe crescere all'infinito, mostro!/ Il giallo diventa blu, il rosso grigio,/ il nero bianco,/ ma tu conosci il poema e nonostante ciò superbo ti ergi ad unico dio concepibile./ lento scivola il fuoco dalla caverna rubino,/ dolce infiamma le tue membra e quella stella che lipido ha reso il cammino,/ chiaro il destino./ Insieme, risuonate superi,/ fondete i desideri di sento notti stanche/ affinche la strada,piana e paccatrice, appaia./ Ma tu lo sai,/ il fanciullo cresce e la luna muore,/ tu lo sai,/ e comunque perdi il respiro per loro,/ ogni volta./ Tempo e spazio non sono più una cosa sola,/ scura scende la coltre che tutto ricopre.
26. Andrea Bottinelli – 31 anni – Azzate (Va) L'alzaia del Naviglio
L'anima della città, a volte si risveglia senza avvertirci.
Attraverso le lenti azzurrate dei miei occhiali da sole sembra svanire anche la foschia; ma poi,
abbassandoli, mi accorgo che oggi lei è proprio bella, incredibilmente bella.
E lo è veramente.
Brulica di suoni e colori, pasto per la mia mente.
Una ragazza, seduta sul bordo dell’alzaia, sembra perdersi in un malinconico e narciso riflesso.
In realtà, non è li altro che per tentare di rubare qualche raggio di sole, parente e figlio dell’estate scorsa.
Accenti e parole straniere vanno e vengono, donando, insieme a qualche insegna un po’ naif, uno speciale dono d’internazionalità.
In una piccola corte degli artisti, un gatto sornione adagiato su un glicine si prende beffe di due occasionali ammiratrici.
E poi… cavalli appesi alle pareti… uomini d’affari mescolati a garzoni… tombini griffati.
Mentre cammino sfioro con il dito il corrimano alla mia sinistra.
Ammiro il mio indice.
Nero come la pece.
Il naviglio, oggi, ha lasciato un segno sul mio dito, e anche dentro di me.
Alle volte basta una piccola scelta, sinistra o destra… e un piccolo empireo si schiude alle nostre spalle.
Piccola mosca, vola via con me. E’ ora di scoprire nuovi piccoli paradisi.


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